piccola storia d'amore
Mi ricorda facebook che due anni fa ho scritto questo post, in seguito a un giro in bici nella campagna di San Giovanni Persiceto. L’avevo chiamato “Piccola storia d’amore” perchè in un battito di ciglia avevo sperimentato un intero ventaglio di emozioni che segnavano come significativa l’esperienza di incontro su quella remota strada di campagna.

Ricordo benissimo l’episodio, e ribadisco l’importanza delle piccole scelte che si fanno quando si condivide un pezzo di strada, soprattutto con un utente più fragile.

Mi guardo dietro le spalle e vedo il muso di un camion, un metro dietro la mia ruota.

Mi è arrivato lì senza che me ne accorgessi, ho il sole in faccia e il vento nelle orecchie. Ho il vento nelle orecchie da un’ora, una condizione che stressa mentalmente proprio per questo, perché non aiuta a rendersi conto di cosa succede attorno.

In situazioni simili mi sarei già allarmata, ma non oggi. Nel secondo che l’ho visto mi sono resa conto del suo atteggiamento, e mi sembra che ci siamo capiti. Per arrivarmi alle spalle così ma restare a distanza regolare vuol dire che come minimo ha tolto il piede dall’acceleratore, probabilmente ha anche toccato il freno.

Non sta pressando per sorpassare al primo barlume, come farebbe uno che mi sta alle spalle perché non sa bene gestire la situazione. Davanti a noi la strada è libera, dall’altra parte non arriva nessuno. C’è solo una curva più avanti che limita la visuale, ma il 99% sarebbe già passato. Quindi costui ha deliberatamente scelto di pazientare, e tanto mi basta per fidarmi di lui.

Non faccio commenti non verbali, non scarto a sinistra per minacciarlo che sono una mina vagante e potrebbe investirmi, non mi appello ai santi in cielo e non compilo il mio epitaffio come faccio ogni volta che un camion mi sfila velocemente di fianco o mi pressa da dietro. Tengo il mio passo e la mia traiettoria. Entriamo nella curva, usciamo dalla curva.

La visuale si allarga, la carreggiata è definitivamente libera.

Prendo anch’io le mie misure, e quando il camion mi sorpassa allargando di un bel paio di metri gli faccio un cenno con la mano di ringraziamento. Lui risponde con un colpetto di clacson. A questo momento mi commuovo. Gli rispondo di nuovo con un pollice su, e capisco che in quei venti secondi che abbiamo condiviso la strada ci siamo davvero incontrati e capiti.

Non so se fosse donna o uomo, giovane o vecchio, bianco o nero, ma so che è una persona che esercita rispetto e cura verso gli esseri umani che incontra, anche in un contesto selvaggio e sclerotico come la strada. Ed è così raro e prezioso che mi si è chiusa la gola e mi sono venute le lacrime agli occhi. Concludo il giro tranquillamente, invece che masticando veleno e imprecazioni come quando riporto a casa la pellaccia per il rotto della cuffia.

Grazie ignoto camionista.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *